San Martino al Cimino (Viterbo)

 

Abbazia Cistercense a San Martino al Cimino
Abbazia Cistercense a San Martino al Cimino

San Martino al Cimino è una frazione di Viterbo da cui dista circa 7 km ed è situato su un colle a 561 m. Piccolo ma grazioso borgo della Tuscia, è conosciuto per il suo caratteristico aspetto urbano e per l’Abbazia Cistercense, posta nel cuore del centro storico.

Il borgo di san Martino al Cimino vede la sua origine intorno all’XIII secolo, allorquando nella località, che sorge a circa 560 metri di altitudine, fu edificata un’abbazia ad opera dei monaci cistercensi di Pontigny.

All’inizio del XIII secolo le terre dei monti Cimini, furono concesse da papa Innocenzo III ai monaci cistercensi dell’abbazia di Pontigny con l’incarico d’impiantarvi un’abbazia che divenisse un polo di sviluppo agricolo nella regione, a circa 560 metri di altitudine, fu edificata l’abbazia

I discepoli di san Bernardo costruirono l’abbazia a tempo di record. Nel 1225 la chiesa venne consacrata. Con la costruzione del chiostro e della sua sala capitolare, del refettorio, della biblioteca e dell’infermeria, di un forno e di altri laboratori, il complesso monastico venne terminato prima della fine del secolo. Ciononostante l’abbazia non ebbe uno sviluppo felice. Già nel 1379 ella stava per essere abbandonata a causa della mancanza di nuove vocazioni. Nel 1426 non vi rimasero più che due monaci. L’interesse personale di papa Pio II (pontefice dal 1458 al 1464), e della famiglia Piccolomini, dalla quale egli proveniva, fece sì che venissero intrapresi alcuni lavori di restauro, il che fece ben sperare, ma queste attività non ebbero seguito.

Nel 1564 gli ultimi monaci lasciavano l’abbazia, i cui beni, a seguito della chiusura, entrarono a far parte del patrimonio della Santa Sede.

Nei secoli successivi, il borgo conobbe una notevole espansione urbanistica, demografica ed economica grazie all’interessamento di Olimpia Maidalchini, più nota come Donna Olimpia, vedova del marchese Pamphilio Pamphilj e cognata di papa Innocenzo X, dal quale ebbe il titolo di Principessa di San Martino al Cimino. Donna Olimpia affidò al Borromini la ristrutturazione architettonica del borgo; questi si occupò dei lavori sull’abbazia cistercense (l’innalzamento dei due campanili, con la funzione aggiunta di contrafforti, è opera sua) e, a sua volta, affidò all’architetto militare Marc’Antonio de Rossi il disegno delle mura perimetrali, delle porte e delle abitazioni così come di altri palazzi civili.

La realizzazione viene definita un esperimento urbanistico ante litteram: i costruttori del palazzo di corte furono gli stessi che poi acquistarono le case a riscatto, costruite mano mano attorno ad esso: i primi esempi di costruzione pianificata. Le casette, addossate le une alle altre, ospitavano i sudditi all’interno del borgo che era dotato di tutto quanto necessitasse (spacci, osterie, divertimenti organizzati). La principessa aveva esentato i sudditi dal pagamento delle tasse, voleva essere benvoluta creando attorno a sé un nutrito stuolo di sudditi,al punto di stabilire una dote alle ragazze che dopo il matrimonio avessero scelto di rimanere nel paese.

All’interno del secentesco Palazzo Doria-Pamphili, è possibile vedere una vera e propria rarità, infatti il soffitto a cassettoni della stanza da letto di Olimpia Maidalchini, ha una particolarità comune soltanto ad altri due palazzi in Europa, che è quella di potersi abbassare tramite un sistema di carrucole, per ridurre il volume totale della stanza, favorendone il riscaldamento.

Di interesse architettonico sono anche le caratteristiche casette a schiera costruite all’interno del muro di cinta, che rappresentano il primo esempio conosciuto di “casa a riscatto” (Isman, ed. Il Mulino, le ciita ideali)

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